Il lavoro come servizio agli altri

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Da un articolo di Jordan Ballor

Nella parabola delle pecore e dei capri (Matt. 25:31–46), Gesù fa distinzione tra coloro che hanno fatto del bene agli altri e coloro che non lo hanno fatto. Gesù nella parabola, dice “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” Tutto il bene compiuto viene considerato come se fosse fatto a Cristo, e tutto il male compiuto è considerato allo stesso modo.

E su queste basi Gesù separa le giuste pecore dai capri iniqui. I capri “via, nel fuoco eterno, e i giusti alla vita eterna.” Viene naturale pensare che il bene che le pecore hanno fatto agli altri (“ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere …”) fa riferimento a particolari atti di gentilezza che vengono fatti solo occasionalmente e di solito all’interno di un contesto caritatevole.

Lester DeKoster, nel suo libro Work: The Meaning of Your Life—A Christian Perspective, fornisce una comprensione originale di questa parabola. Egli scrive che il bene di cui parla Gesù si riferisce non solo a questi particolari atti di carità ma anche al servizio che prestiamo ogni giorno nel contesto lavorativo. Consideriamo che “è Dio stesso a nutrire gli affamati tramite tutti coloro che lavorano in agricoltura, che si occupano della vendita all’ingrosso o al dettaglio di generi alimentari, che lavorano nelle cucine o nei ristoranti, che si occupano del trasporto o della produzione su larga scala di prodotti alimentari, le industrie che producono attrezzi per l’agricoltura o chi lavora in una delle innumerevoli industrie legate alla produzione di alimenti, gli innumerevoli servizi di supporto e le imprese che insieme rendono possibile la produzione e la distribuzione dei generi alimentari.” La stessa cosa succede per chi ha sete o per chi ha bisogno di vestiti o di un posto dove vivere. “Lavorare è amare—sia Dio che il prossimo!” conclude DeKoster.

Una risposta assennata a queste esigenze è quella di affermare che quando lavoriamo per il denaro, quando traiamo profitto dal nostro lavoro, stiamo davvero servendo noi stessi e non gli altri. Oppure potremmo dire che il nostro servizio per gli altri è solo un mezzo per servire i nostri reali scopi egoisti. Ma nel contesto presentato da Gesù nella parabola non è per niente evidente che le pecore hanno chiaro il concetto che stanno servendo Dio attraverso il loro servizio agli altri, o che tutto quello che fanno per gli altri è semplicemente volontario e senza remunerazione economica. Esse, inoltre chiedono al re, “Signore, quando abbiamo fatto queste cose per te?”

Il concetto di lavoro sia remunerativo che orientato ad un servizio per gli altri non ci è totalmente estraneo. Tendiamo a pensare, almeno di solito, che chi lavora nella “pubblica amministrazione” lavora per il bene degli altri anche se riceve uno stipendio. Generalmente accade lo stesso per i medici e gli insegnanti come pure nel caso di altri mestieri. Ma se in questi casi possiamo dire che chi ha questo tipo di occupazione è al servizio degli altri (anche se viene pagato per quello che fa), perché non può essere lo stesso per un imprenditore, per una cameriera, per uno spazzino, per un contadino, per una babysitter, o per un operaio che lavora in fabbrica? Dal punto di vista di DeKoster per il nostro lavoro “riceviamo una paga,” ed è una realtà importante il fatto che quello che stiamo facendo è realmente utile per qualcuno; è abbastanza importante per qualcuno, tanto che veniamo ricompensati per quello che facciamo.

In questa prospettiva del lavoro e del servizio per gli altri, come viene considerata nella parabola delle pecore e dei capri, troviamo altre regole che ci permettono di comprendere quando il nostro lavoro è un vero servizio per gli altri o quando non è così. Un metodo di misura, come abbiamo detto è quello di capire se qualcuno trova abbastanza utile il nostro lavoro da pagarci per farlo. Ma data la corruzione della natura umana, gli altri ci potrebbero pagare per fare qualunque cosa che non è giusta per loro (o per noi). Quindi al di là del fatto che per il nostro lavoro “riceviamo una paga” dobbiamo giudicare il lavoro in base alle sue tendenze e ai suoi effetti. Il nostro lavoro aiuta realmente gli altri? Il nostro lavoro porta benefici agli altri? Esso sostiene l’indipendenza o la dipendenza? Umanizza o disumanizza? Sostiene le nostre passioni o soddisfa un desiderio legittimo? Per forza di cose, poi, tutto ciò che per sua natura è dannoso, come la distribuzione delle droghe, la pornografia, l’aborto, esula da questo contesto. Però ci sono altre innumerevoli maniere o servizi, comunque validi, che possono essere messi in pericolo dalla tendenza che hanno gli esseri umani a peccare.

Ciò nonostante, quando diamo a qualcuno da mangiare o da bere o qualcosa per vestire o un posto dove vivere o in qualunque delle diverse, innumerevoli maniere prestiamo dei servizi gli uni agli altri nella nostra vita, qualunque sia il tipo di servizio verso gli altri, che siamo ripagati col denaro o in un'altra maniera, si tratta di modi validi per servire Cristo. La chiave di lettura di questa prospettiva, scrive DeKoster, sta nel comprendere che il nostro lavoro quotidiano è “la maniera in cui ci rendiamo utili agli altri e di conseguenza a Dio.”

 

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