09/05 2012

Il profeta Geremia

michelangelo geremia

Geremia - Michelangelo, Cappella Sistina, Vaticano

1 Chi è Geremia ?

Per comprendere a fondo la figura di questo profeta è necessario tenere presente i tratti che costituiscono la sua identità. Il primo capitolo del libro di Geremia ne indica almeno tre. Prima di tutto egli proviene da una famiglia specifica: è figlio di Chelkia, uno dei sacerdoti che abitavano in Anatot, nel territorio di Beniamino (Ger 1,1). In secondo luogo, esercita il suo ministero in un tempo particolare: la parola del Signore gli fu rivolta al tempo di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda, l’anno decimoterzo del suo regno (Ger 1,2). Infine, rispondendo all’appello di Dio, egli mette subito in chiaro la sua  posizione: Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare perché sono giovane (Ger 1,6). Osserviamo da vicino questi tre tratti.

1.1 Geremia e la famiglia sacerdotale di Anatot

Geremia è un profeta di stirpe sacerdotale… Non si tratta di una stirpe sacerdotale qualunque. Appartiene ai sacerdoti che abitano in Anatot e che hanno alle spalle una storia di maledizione divina. Ai tempi del sacerdote Eli (risaliamo nel tempo di circa 300-350 anni), quando Samuele dimorava presso il santuario di Silo e il tempio di  Gerusalemme non esisteva ancora, Dio aveva chiaramente minacciato l’anziano sacerdote a motivo della sua debolezza nell’educare i figli i quali, profittando del ministero loro affidato, si riempivano le tasche di soldi, la pancia di cose buone ed… evitiamo di dire il resto! Tutto questo aveva fatto scattare la sentenza celeste: Dio assicurava di respingere tale dinastia di sacerdoti e di scegliersene un’altra più fedele. Il compimento di tale profezia era avvenuto al tempo di Salomone. Sarà  questi a esiliare ad Anatot il sacerdote Ebiatar, discendente di Eli, scegliendo per la cura del Tempio un altro sacerdote, Sadoq.

Ebbene, tornando a Geremia, il nostro profeta appartiene alla dinastia dei sacerdoti decaduti… eppure Dio chiama proprio lui. Sul piano umano non esiste cosa più assurda: provate anche solo ad immaginarvi la cosa…  uno  che  appartiene a  una  famiglia sacerdotale oscurata  da una maledizione di  Dio  si  deve presentare davanti al popolo di Israele come Suo rappresentante. C’è una contraddizione di termini in tale scelta che renderà il tutto ancora più complicato. Dio sembra aver scelto la via più tortuosa per portare avanti il suo disegno.

Questo primo tratto dell’identità di Geremia va poi illustrato a partire da una seconda sottolineatura: al tempo di Geremia  dire “sacerdote” o “profeta” significava esplicitamente parlare di una persona il cui tratto principale era quello di essere il  mediatore tra Dio e il popolo. Egli avrebbe dovuto essere il portavoce della preghiera del popolo presso Dio e il trasmettitore della benedizione e del perdono di Dio presso il popolo. Tutto questo bagaglio fa parte dell’identità di Geremia e il fatto di essere chiamato ad assolvere la funzione di profeta lo enfatizza ancora di più, in quanto il profeta è, per eccellenza, colui che media e intercede tra Dio e il popolo, invocando il perdono del primo e invitando alla conversione il secondo.

1.2 Profeta al tempo di Giosia

Un secondo tratto importante per capire questo profeta è il periodo storico in cui egli è chiamato. Si tratta degli anni che scorrono tra il regno di Giosia, uno dei migliori re di Giuda, alla caduta del Regno e della sua capitale – Gerusalemme. Si tratta di un periodo di tempo delicatissimo che gli storici collocano tra il 626 a.C. e il 587 a.C. Alla fine il popolo eletto perderà la terra, il re e il tempio; detto in altre parole, perderà tutto ciò che gli conferisce un’identità e una dignità.

Quando però Geremia viene chiamato da Dio, tutte queste cose non le sa. Anzi. In quel tempo lo stato d’animo nell’intero regno doveva essere alquanto alto: il re Giosia era infatti ritenuto dal popolo e dai profeti il segno chiave della  benedizione di Dio che presto si sarebbe servito di questo saggio re per ristabilire l’unità tra le 12 tribù di Israele. Nel  momento in cui il giovane Geremia viene chiamato, evidentemente egli sente su di sé tutto il peso della sua storia familiare, ma allo stesso tempo partecipa delle speranze del suo popolo ed è naturale pensare che in un simile quadro  storico, egli si senta in qualche modo chiamato a contribuire a quella speranza tanto diffusa tra la sua gente. Certo, c’è tanto da abbattere, distruggere, ma c’è anche tanto da piantare e da costruire e su questo lo stesso Dio era stato molto chiaro: Ecco  io oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni, per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e  piantare (Ger 1,10). Certo egli vede in visione una pentola di acqua bollente reclinata verso nord in modo minaccioso, ma vede anche un ramo di mandorlo… e cos’è il mandorlo se non il segno della fedeltà di Dio al suo disegno d’amore? Il mandorlo non è forse il primo albero che fiorisce dopo l’inverno, anunciando la rinascita di tutta la creazione? Lui come profeta, sullo sfondo di queste due immagini, non sarà forse incaricato di schiudere i cuori alla speranza mostrando come il mandorlo stia fiorendo annunciando una nuova primavera? Geremia, sicuramente si accosta alla chiamata di Dio con timore,  ma c’è da supporre che egli sia anche ricolmo di una sana speranza per quello che sarà il suo ministero.

1.3 Un profeta troppo giovane?

Il terzo tratto di Geremia è costituito dalla sua giovinezza. Il termine ebraico utilizzato (nahar), in greco neoteros (il minore, il più piccolo), indica il giovane alla ricerca della propria identità, della propria strada. Quando egli  si fa avanti dicendo: ecco io non so parlare perché sono giovane, Geremia non intende  tanto  far  riferimento  alla  sua  età  cronologica  o  fisica,  ma  piuttosto  alla  sua  mancanza  di esperienza, alla sua fragilità interiore, al fatto che non ha ancora messo niente di solido alla base della sua vita, non esistono ancora punti tanto fermi da potervi edificare sopra qualcosa. Ma su questo punto Dio non vuole esitazioni: Non dire: sono giovane! Ma va da coloro a cui ti manderò e annunzia loro cio che io ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per proteggerti (Ger 1,7-8). Notate bene il senso della risposta di Dio: di fronte ai “ma” del profeta, egli sottolinea il fatto che non è l’io dell’uomo che nel ministero affidato ha il ruolo preponderante, ma l’io di Dio. L’uomo è solo uno strumento: non è l’età che conta ma l’essere in sintonia con l’io di Dio; non è la quantità delle parole che si dicono o delle azioni che si compiono a impressionare gli abitanti di Gerusalemme, ma l’attenzione a dire e a fare sempre cio che che effettivamente Dio ordina di dire e di fare. Anche la cosa più piccola, compiuta o detta sullo sfondo della sintonia di Dio è più feconda di mille cose compiute o dette senza tale sintonia. Anzi, c’è di più. In questo caso la giovinezza al posto di diventare un elemento di ostacolo, può benissimo mutarsi  in un punto a favore: quello di una disponibilità più ampia a lasciarsi plasmare.

I tratti della chiamata di Geremia sono interessanti in quanto afferrano il giovane così come egli è. Dio non si avvicina a  Geremia dicendo: “Guarda. Tu appartieni a una famiglia decaduta e a una dinastia maledetta. Purificati da questa  condizione e seguimi!”. No. Ma dice: Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo, prima che venissi alla luce ti avevo consacrato (Ger 1,5). Parafrasando: “sono io che ti ho fatto nascere nel contesto di questa particolare famiglia perché a me servi proprio in quanto tu provieni da una simile esperienza”. Dio non passa dicendo: “Geremia, sei giovane, sappi che sei chiamato a diventare mio servo. Pensaci perché, quando sarai maturato,  ripasseròi”. No. Gli dice: Ecco io metto le mie parole sulla tua bocca. Va e annunzia loro… così come sei. Alla scuola di Dio si cresce investendo se stessi, totalmente, mente, volontà e cuore. C’è infine una terza cosa che Dio non fa nel momento in cui chiama Geremia ad essere suo profeta: non  gli anticipa tutto quello che gli succederà. Eppure sarebbe stato più facile per Geremia. Il suo annuncio sarebbe stato più convinto e più convincente. Dio non gli anticipa  nemmeno  che  quell’entusiasmo  suscitato  dal  re  Giosia  durerà  poco…  Geremia  imparerà  a discernere la storia passo dopo passo, camminando. Come diceva don Alberione, nostro fondatore: “Dio non spreca mai la sua luce ma accende una lampadina per volta”. Come però Geremia viene invitato a portare avanti la sua missione? In che modo Dio investe tutta la sua persona ponendola integralmente al suo servizio? E’ a questo punto che la chiamata rivela il suo lato più esigente…

2.  Le ferite del profeta

2.1 Fermati alla porta del tempio…

Il primo ordine specifico, Geremia lo riceve al cap 7: Fermati alla porta del Tempio del Signore e là proferisci le mie parole (Ger 7,2). Immagine voi: Dio sta inviando alla porta del Tempio un giovane che appartiene a una  dinastia sacerdotale che non può da secoli mettere la punta del piede all’interno di quell’area sacra. E il suo compito è quello di pronunciare parole di fuoco contro i sacerdoti e i fedeli. Basterebbe da parte di Geremia fare una mossa falsa,  varcare i limiti imposti dalla sua condizione e potrebbe essere lapidato secondo la Legge… in quanto nulla di impuro può entrare nell’area sacra del Tempio. La sua  posizione è veramente delicata. E’ come se il figlio di un assassino si recasse in una prigione  nell’ora  di  aria  e  si  mettesse  a  dare  degli  assassini  a  tutti  coloro  che  vi  sono  rinchiusi, accusandoli pubblicamente e a chiare lettere. Ma c’è di più: questo giovane deve dire a chiare lettere che se le cose non cambieranno, anche il Tempio di Gerusalemme farà la stessa fine del santuario di Silo, e i sacerdoti di Gerusalemme la medesima fine dei sacerdoti maledetti di Anatot. Certamente Geremia non si era immaginato che Dio gli avrebbe subito affidato un ruolo tanto scomodo, sfruttando proprio la sua posizione sociale e familiare…

2.2 Tu poi non intercedere!

Geremia, obbediente, sale alla porta del Tempio. Pronuncia il discorso che Dio gli ha posto sulle labbra, lasciando allo stesso tempo trasparire una vena di speranza: la sua non è un accusa ma un segno forte della trepidazione di Dio. Questo si manifesta nel fatto che il discorso in certi passaggi si fa preghiera, invocazione, annuncio di speranza… Sta ancora parlando quando Dio interviene una seconda volta con un ordine davvero incomprensibile: Tu poi non pregare per questo popolo, non innalzare per esso preghiere e suppliche e non insistere presso di me perché io non ti ascolterò (7,16). Come? Questa è davvero bella! L’identità di un profeta è quella di intercedere e pregare per il suo popolo e questo a  Geremia viene vietato! Se gli viene negato questo, cosa gli resta? Già il fatto di essere salito a Gerusalemme gli ha fatto “perdere la faccia” (come minimo!) davanti a tutta la sua famiglia, ma se ora il suo ruolo diventa solo quello di  annunciare  la sventura senza mediare, di annunciare la disfatta senza aprire alla speranza, lo prenderanno per esaltato, per pazzo, per uno che ha la pretesa di essere stato scelto da Dio ma che non investe se stesso per il popolo. Di più. Lo prenderanno per uno che non riconosce lo Stato, per uno che si è  venduto  al  nemico.  E’  troppo  difficile  per  Geremia  accettare  tale  ordine…  La  sua  predicazione continuerà ad essere attraversata da stupende preghiere che rivelano quanto  questo giovane profeta si identifichi con l’esperienza del suo popolo. Basta solo leggere alcuni versetti del capitolo 8: Cercai di rasserenarmi, superando il mio dolore, ma il mio cuore viene meno… Per la ferita del mio popolo sono affranto, sono costernato, l’orrore mi ha preso. Non v’è forse balsamo in Galaad, non vi è più nessun medico? Perché non si cicatrizza la ferita della figlia del mio popolo? (8,18.21-22). Ma Dio non cambia: al capitolo 11 interviene una seconda volta: Tu non intercedere per questo popolo, non innalzare per esso preghiere e suppliche perché io non ascolterò quando mi  invocheranno nel tempo della loro sventura (11,14). Per Geremia tale ordine continua ad essere senza senso e la sua  preghiera si fa ancora più accorata:  I  miei  occhi  grondano  lacrime,  notte  e  giorno,  senza  cessare…  Hai  forse   rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpito e non c’è rimedio per noi?… Riconosciamo Signore la nostra iniquità, l’iniquità dei nostri peccati: abbiamo peccato contro di te. Ma per il tuo nome non abbandonarci, non rendere spregevole il trono della tua gloria. Ricordati, non rompere la tua alleanza con noi. Forse tra i vani idoli delle nazioni c’è chi fa piovere? O forse i cieli mandano rovesci da sé? Non sei piuttosto tu, Signore nostro Dio? In te abbiamo fiducia, perché tu hai fatto tutte queste cose (Ger 14,17-22). Il profeta ha appena terminato questa preghiera che l’ordine di Dio si ripresenta in modo deciso e definitvo: Anche se Mosé e Samuele si presentassero davanti a me, io non mi piegherei verso questo popolo. Allontanali da me, se ne vadano! (Ger 15,1). Per Geremia è un momento davvero duro perché tutto è da reimpostare da capo. Davanti a lui non ha nessun modello a cui ispirarsi: nemmeno Mosé o Samuele… Già, Samuele… colui che aveva annunciato alla sua famiglia la maledizione di Dio. Nemmeno lui può venirgli in soccorso, in aiuto. Unico punto di riferimento è Dio. Un Dio dalla volontà  incomprensibile in questo momento, ma che certamente farà capire dove vuole andare a parare. Il giovane profeta china il capo e accetta.

2.3 Giosia è stato ucciso

Nel frattempo però è successo qualcosa d’altro di molto grave e inatteso. Improvvisamente, sul campo di battaglia il re saggio viene colpito a morte. In un attimo la notizia si diffonde cogliendo tutti di sorpresa: Giosia è morto! Il re che era segno della benedizione di Dio è stato ucciso… perché Dio lo ha privato della  sua  protezione?  Con  Giosia  muoiono  tutte  le  speranze  della  restaurazione.  La  fermezza  e l’autorevolezza del re defunto avevano suscitato la speranza che il popolo sarebbe ritornato a Dio, ma ora che questi non c’è più, chi gli succede ha tutt’altri interessi. Se prima il giovane Geremia si vedeva un po’ come il condottiero della restaurazione, colui che precede in nome di Dio un popolo nuovo, ora si rende conto che le cose non vanno e non andranno così. Ne fa esperienza diretta, sulla propria pelle: la sua predicazione  si  attira  addosso  l’ostilità  dei  sacerdoti…  le  sue  parole  contro  il  Tempio  gli  valgono un’accusa di empietà a cui riesce a sfuggire per miracolo. Le ombre di un futuro incerto si delineano in modo sempr epiù chiaro: quando egli, con un atto simbolico e profetico frantumerà la brocca per indicare che Gerusalemme sarà ridotta in macerie e calpesta da eserciti nemici, il sovrintendente delle guardie del tempio lo arresta, lo fa fustigare e per una notte lo mette in catene. Geremia non si ferma: proclama ciò che Dio gli ordina, parole di fuoco che non fanno che alimentare l’odio nei suoi confronti. Tutte le astuzie vengono messe in atto per impadronirsi di lui e metterlo fuori gioco… il giovane profeta si trova a dover confessare che persino nell’ambito della sua famiglia è stata ordita una congiura contro di lui. Insidiato e perseguitato dai suoi nemici, evitato dalla gente per le sue parole di fuoco, escluso dalla partecipazione alle gioie della vita, sotto l’impressione avvilente dell’insuccesso della sua predicazione che gli procura soltanto  scherno  e  disprezzo,  abbandonato  alla  solitudine,  il  profeta  attraversa  una  dolorosa  prova interiore che lo porta alla soglia della disperazione. Sottoposto a una simile pressione, Geremia si sente scoppiare e, in uno sfogo, grida il suo dramma: Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese…Maledetto il giorno in cui nacqui, il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: “ti è nato un figlio maschio”, colmandolo di gioia. Quell’uomo sia come le città che il Signore ha demolito senza compassione. Ascolti grida al mattino  e rumori di guerra a mezzogiorno, perché non mi fece morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre. Perché mai sono uscito dal grembo materno per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna? (Ger 15,10; 20,14-19). Per il profeta questo è solo l’inizio di un cammino di fatiche…

3. Le motivazioni di Dio

A questo punto viene spontaneo farci una domanda: per quale motivo succede tutto questo? A quale scopo? Dove conduce una simile pedagogia divina, esigente da un lato e umanamente assurda dall’altro? Anche a queste domande penso sia possibile ribattere con una triplice risposta che chiama direttamente in causa il nostro modo di vivere la relazione con Dio.

3.1 Per un investimento totale…

Quando Dio passa nella vita di una persona chiedendo veramente di essere parte del suo quotidiano (e questo vale per ogni battezzato se teniamo presente l’enorme portata del battesimo: non si tratta di firmare il documento di appartenenza a un club filosofico-culturale ma di immergeri nel mistero della morte e risurrezione di Cristo), se veramente si presta ascolto alla sua voce, non ci si può accontentare di dire tre preghiere prima di andare a dormire, di recitare un “O Gesù d’amore acceso” quando ci si confessa o di aderire alle proposte che la parrocchia suggerisce… E’ troppo poco. Quando Dio passa investe tutte le nostre facoltà, lasciando inquieta la nostra volontà, ponendo in ricerca la nostra mente, mettendo un cuore nella nostra preghiera perché non sia uno sterile susseguirsi di formule ma uno scambio personale con Dio. Questo per noi cristiani è un tratto indispensabile: noi non siamo una “religione del libro” come ci definiscono i mussulmani; il Verbo e la Parola per noi si sono fatti carne, hanno assunto un volto umano e personale.  La  religione  cristiana  è  la  religione  del  libro  e  dell’eucarestia,  di  un  Dio  che  si  rivela spezzandosi per noi e assumendo ogni nostra realtà. Il percorso di Geremia rivela questo; le sue notti e la sua disperazione sono passi necessari per vivere questo.

3.2 Per una missione più feconda…

Nel momento in cui Dio impedisce a Geremia di intercedere a favore del suo popolo, il profeta si sente crollare. E’ il primo impatto, necessariamente doloroso da accogliere. Pian piano egli prenderà tuttavia coscienza che  quella proibizione aveva alla sua radice un obiettivo più grande: Geremia non può più pregare  per  il  suo  popolo  semplicemente  perché  il  peccato  di  quest’ultimo  è  talmente  grande  che l’intercessione orale non è più sufficiente. Dio ha bisogno di un’altra forma di preghiera che è quella della vita. La vita stessa di Geremia diventerà intercessione a favore del  suo popolo, con tutti gli annessi e connessi che questo comporta. La prova più grande è costituita da come finisce la vita di questo profeta: lungo tutto il suo ministero di predicazione egli si trova costantemente ad assicurare la maledizione a coloro che per timore dei babilonesi, cercheranno rifugio in Egitto, dandosi alla fuga… ebbene, alla fine della sua esistenza,  contro  la sua volontà Geremia sarà trascinato  in  esilio in Egitto, la terra della maledizione, ultimo lembo del globo terrestre in cui questo profeta avrebbe voluto andare. E’ questo un aspetto che fa di Geremia un profeta della stoffa di  Mosé! Con Geremia la storia e la teologia della profezia biblica subisce una grande svolta in quanto l’identità del profeta  viene ridisegnata da cima a fondo. Profeta non è solo chi annuncia e denuncia a parole, ma chi si espone totalmente a Dio per essere segno  del  suo  amore,  assumendo  su  di  sé,  fino  in  fondo,  la  condizione del  suo  popolo.  Possiamo veramente affermare che ci troviamo di fronte alla prima grande icona di Gesù dell’AT.

3.3 Per essere segno tra il popolo…

Esposto a Dio l’uomo impara quel ribaltamento di categorie per il quale non basta una presa di coscienza razionale. Nel momento in cui Gerusalemme viene messa sotto ferro e fuoco, nell’istante in cui tutti si danno da fare per racimolare in fretta e furia le ultime cose, nel momento stesso in cui il Tempio viene usurpato e dato alle fiamme, Geremia si fa avanti per firmare l’acquisto del suo pezzo di terra ad Anatot. Coloro che osservano il gesto giudicano Geremia un pazzo eppure quello è il segno della fedeltà di Dio: l’esilio non sarà eterno, il popolo tornerà purificato nella sua terra  anche  se in questo momento tutto sembra perduto. Quel pezzo di terreno è il pegno del futuro. Così legge la storia chi cammina con Dio.

Ora penso che abbiate compreso perché i due segni che accompagnano questa figura siano quelli del mandorlo e del pentolone inclinato. Sì, Dio veglia su di noi, come il mandorlo veglia sulla rinascita della creazione a primavera, ma a noi è chiesto di rischiare fino in fondo, mettendoci in qualche modo sotto quel pentolone inclinato, avendo il coraggio, se è il caso, di lasciarci investire dall’acqua che vi trasborda.

sac. Giacomo Perego