Vivere di Fede

Emorroissa

L'emorroissa - Simon Dewey

VIVERE DI FEDE

Una necessità che molto spesso si sottolinea nel corso del nostro cammino è quella di avere fede e più volte è stato ribadito che avere fede non è un dono che il Signore fa ad alcuni e non ad altri, ma una scelta che può essere fatta oppure no! Gesù si è arrabbiato con i suoi Apostoli che gli hanno chiesto: “Signore, aumenta la nostra fede!” e questo sta ad indicare che non è Lui che deve “regalarci” la fede ma siamo noi che rispondiamo a una chiamata che Lui fa a tutti,  nessuno escluso!

Fatta questa importante premessa, il punto su cui mi sono trovata a riflettere è questo: mi sono chiesta che cosa sia la fede.

Che cos’è la fede? Che cosa vuol dire avere fede? Che cosa intende Gesù (perché questo è fondamentale: non che cosa intendiamo noi, ma che cosa intende Lui!) quando parla di fede?

Per darmi una risposta non ho potuto far altro che andare alla fonte: i Vangeli e, lasciandomi un po’ guidare dallo Spirito, ho fissato la mia attenzione su quattro episodi in cui si parla di fede in positivo, ovvero quando Gesù ne elogia i protagonisti, e su due nei quali si parla di fede in modo negativo, ovvero Gesù rimprovera gli Apostoli per la loro “poca fede”.

 Cominciando dai primi, mi sono soffermata sugli episodi:

-          del Centurione (Mt.8,5-13 e Lc.7,1-10)

-          del paralitico portato a Gesù dai quattro amici (Mc.2,1-10 e paralleli Mt.9,1.8 e Lc.5,17-26)

-          della donna che aveva perdite di sangue, l’emorroissa (Mt.9,20-21, Mc.5,25-30, Lc.8,43-50).

-          della donna Siro-Fenicia (Mt.15,21-28 e Mc.7,24-30)

 Per gli altri ho considerato gli episodi:

-          della tempesta sul lago (Mt.8,23-27 e paralleli Mc.4,35-41 e Lc.8,22-25)

-          del ragazzo tormentato da uno spirito maligno (Mc.9,14-29 e paralleli Mt.17,14-20 e Lc.9,37-43)

Gli episodi che ho citato penso siano abbastanza noti a tutti. Nel primo il centurione chiede a Gesù di guarire il suo servo ammalato ma non si ritiene degno che il maestro vada a casa sua, dunque gli chiede di guarirlo a distanza.

Nel brano del paralitico viene elogiata la fede dei quattro amici che calano il malato dal tetto della casa in cui si trovava Gesù affinché Egli possa guarirlo.

Il caso dell’emorroissa è stato più volte commentato: questa donna, considerata impura, a causa di continue perdite di sangue, osa toccare il mantello del maestro perché sa che ne scaturirà sicuramente una forza positiva capace di guarirla e, Gesù, anziché rimproverarla, ne esalta la fede.

L’ultimo episodio, quello della donna pagana, è poi veramente singolare perché è l’unico caso nel Vangelo in cui Gesù cambia idea, diremmo quasi si converte, ovvero muta il suo modo di vedere la situazione in cui si trova: Egli non voleva operare la guarigione richiesta per la figlia di questa donna, perché non facente parte del popolo d’Israele, ma l’insistenza di questo personaggio, che sa trovare le parole giuste al momento giusto (“Anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalle tavole dei loro padroni”) ottiene la liberazione della fanciulla tormentata dallo spirito maligno.

Ciò che mi ha subito colpita, dando uno sguardo d’insieme ai protagonisti di questi episodi, è che nessuno di essi, secondo la mentalità corrente di allora (ma forse anche di oggi), avrebbe avuto le “carte in regola” per chiedere una grazia a Gesù.

Il centurione romano era un pagano, anche se “simpatizzante”, come dice il Vangelo di Luca, degli Ebrei per aver costruito loro la Sinagoga. Mi viene da pensare che non fosse osservante della legge, ma volesse più che altro acquisire dei consensi presso la popolazione di cui in fondo era dominatore. I romani, infatti, erano dominatori degli ebrei e dunque il centurione era un oppressore anche di Gesù che, fino a prova contraria, era ebreo.

Pagana era anche la donna Siro-Fenicia: non solo non  professava il credo ebraico, era addirittura una cananea, appartenente ad un popolo che lo stesso Dio dell’Antico Testamento (lo troviamo nel Deuteronomio) aveva dichiarato essere nemico perpetuo degli Ebrei. Era un’extra comunitaria nemica del popolo ebraico considerata alla stregua di un cane (ecco il diminutivo “cagnolini” per alleviare un po’ la durezza dell’espressione).

L’emorroissa, come si diceva prima, era una donna impura, potremmo dire una scomunicata dalla Chiesa di allora a causa delle continue perdite di sangue. Nel Libro del Levitico 15,25 e seguenti si dice: “La donna che ha un flusso di sangue per molti giorni…sarà immonda per tutto il tempo del flusso, secondo le regole dell’immondezza mestruale. Ogni giaciglio sul quale si coricherà durante tutto il tempo del flusso, sarà ritenuto impuro… Chiunque toccherà quelle cose (quelle che lei ha “contaminato”) sarà immondo; dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino a sera”.

La donna di cui stiamo parlando si trovava in queste condizioni da dodici anni e nessun medico era riuscita a guarirla. Probabilmente la sua malattia era nota a molte persone e, viste le prescrizioni della legge, doveva essere emarginata da tutti.

I quattro amici che portano il paralitico addirittura scoperchiano il tetto della casa di un altro (probabilmente la casa di Simone a Cafarnao) per calare una barella su cui era adagiato il malato. Visto che davanti alla porta dell’abitazione c’era troppa coda e avevano paura di non riuscire ad arrivare a Gesù, prendono una scorciatoia! Evidentemente non hanno avuto un gran rispetto delle regole, degli altri che aspettavano il loro turno e, probabilmente, avevano casi altrettanto gravi da sottoporre a Gesù e della casa di cui erano ospiti, anzi, provocando danni al tetto. Diremmo noi oggi che hanno commesso un atto vandalico…

Pagani, scomunicati, vandali…ecco le persone che nel Vangelo sono additate da Gesù stesso come esempi di fede…Che cosa significa per noi?

Io penso che queste persone abbiano OSATO rivolgersi a Gesù perché non avevano nulla da perdere: avevano un problema grave, sapevano che non avevano le carte in regola e infatti non hanno fatto leva sui loro meriti o su quello che avrebbero potuto dare in cambio, ma hanno creduto, forse spinti unicamente dalla forza della disperazione, che questo Gesù di cui avevano sentito parlare poteva fare qualcosa per loro e, come si dice, hanno “puntato tutto su di Lui”.

Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che molte volte noi riceviamo testimonianze di guarigione da parte di persone che vengono alle nostre messe per la prima volta o hanno iniziato il cammino da poco e forse io, che faccio il cammino da anni, e chiedo una guarigione non la ottengo…Perché? Forse io, noi pensiamo che per aver fede, perché il Signore ci ascolti veramente, dobbiamo essere in un certo modo, aver fatto questo e quest’altro, non osiamo metterci in gioco chiedendo anche quello che ci sembra impossibile perché non ci sembra di meritarcelo o, perché, in fondo, crediamo non possa accadere o ci auto censuriamo pensando di aver avuto già troppo… Chi invece non si fa tutti questi preconcetti e sa di non aver i requisiti “giusti”, di non aver niente da dare in cambio viene preso ad esempio come modello di fede! Mi rendo conto che è sconvolgente… che cambia tutta la nostra “visuale”... ma Gesù è SCONVOLGENTE.

Un’altra caratteristica di questi personaggi che mi ha colpita e che forse può aiutarci a comprendere che cosa Gesù intenda per “fede” è la loro “mobilità”, la loro “azione”. Nessuno di questi sta fermo, immobile nelle sue posizioni e aspetta che la grazia gli “piova dall’alto”.

Il centurione va incontro a Gesù (anche se nel passo di Luca si dice che, in un primo tempo, manda avanti dei notabili ebrei per perorare la sua causa e, solo, in un secondo tempo, si mette in cammino) ma la cosa fondamentale è che si abbassa: dalla sua posizione di dominatore (come si diceva prima in posizione di forza nei confronti degli ebrei), si mette in un atteggiamento di inferiorità e paragona l’autorità che Gesù ha sugli altri e sulle malattie, all’autorità che lui ha nei confronti dei soldati che gli sono sottoposti. Si riconosce tanto inferiore che si sente addirittura indegno che il maestro entri in casa sua ma, attenzione, non per questo rinuncia a chiedere la grazia, perché sa che questa non avverrà per suo merito ma per la potenza e la misericordia di Gesù. Scendere dal proprio piedistallo, dal proprio sentirsi umanamente importanti non è semplice ma è segno di fede e porta alla guarigione.

La donna Siro Fenicia si mette in cammino, viene dall’”estero”, potremmo dire, per rivolgersi a questo maestro di cui ha sentito dire cose grandi ed è sicura che Lui potrà aiutarla. Non sta immobile nella sua casa ma va a cercare chi può darle aiuto in una terra  straniera e ostile. Come non pensare alle tante persone che, magari, vinte dalla disperazione, avendo sentito parlare di una messa di Evangelizzazione o di un gruppo di preghiera si mettono in macchina (o in pullman) e affrontano viaggi lunghi supportati dalla speranza, magari rischiando di non essere accolti anche da noi che forse ci soffermiamo di più sulle “pecore d’Israele”?

O forse, più semplicemente, (questo può riguardare ognuno di noi), chi non è mai stato tentato, se le cose non andavano bene o una grazia tardava ad arrivare o non si è sentito accolto da qualcuno che non gli ha sorriso nel modo giusto, di dire: ”Basta, questa sera niente preghiera o oggi, niente messa e se Gesù vuole aiutarmi mi aiuta anche se sto a casa a dirmi il mio Rosario solitario?”. Gesù può tutto, ma indice di vera fede è camminare, andare a cercarlo e insistere per “strappargli le grazie!”

L’emorroissa ci insegna poi che “avere fede” può voler anche dire non avere paura di “perdere la faccia”, a volte di mettere in piazza (come i malati che venivano posti sulle strade perché Gesù li guarisse, ricordate?) il nostro problema, la nostra malattia, anche se questo può darci imbarazzo. La malattia dell’emorroissa era qualcosa di cui lei probabilmente si vergognava, che le causava imbarazzo e che causava disagio anche a quelli che erano vicino a lei. Se lei si fosse chiusa nella sua vergogna e nella sua malattia, per timore di essere rimproverata, non sarebbe mai guarita. A volte, per pudore, vergogna o paura di essere giudicati, teniamo per noi il nostro problema, non vogliamo che si sappia in giro e così non permettiamo al Gesù che sta nel nostro fratello di intercedere per noi e di chiedere con noi e per noi la nostra guarigione. Questo non vuol dire che dobbiamo stare sempre a lamentarci dei nostri malanni e delle nostre disgrazie con tutte le persone che incontriamo. Al contrario, come abbiamo detto la volta scorsa parlando della lode, dovremmo cercare di lodare il Signore anche per le nostre situazioni storte, non perché siamo masochisti, ma perché con la lode riusciamo a far entrare il Bene, Gesù, nel nostro negativo affinché diventi positivo e questo è già un grande indice di fede! In ogni caso, come l’Emorroissa, a volte occorre “perdere” la faccia affinché cominci ad attivarsi una guarigione e i fratelli possano fare intercessione per un determinato problema.

E ancora gli amici del paralitico, questi “teppisti”, che cos’hanno da dirci? Io penso che rappresentino il carisma della fede. Sono persone che agiscono per il bene non di sé stessi ma di un altro, del paralitico e credono fermamente che l’unico che possa fare qualcosa per la guarigione del loro amico è Gesù. Non fanno code, non aspettano, non chiedono consigli ma vanno direttamente a Gesù credendo fermamente che quello che desiderano avverrà. Infatti loro non chiedono nulla, depositano solo il malato ai piedi di Gesù ed egli: “Vista la loro fede… ”La fede che smuove le montagne e fa trapiantare il gelso nel mare, quella fede che diventa carisma e che ottiene meraviglie perché è apertura totale all’azione dello Spirito che non prevede merito, stanchezza o buona reputazione e che osa, osa sempre, non stando nell’immobilità ma facendo tutto ciò che nelle nostre possibilità, come se tutto dipendesse da noi e poi aspettando perché tutto dipende da Dio.

E un’altra cosa mi preme sottolineare riguardo a questa “fede”: in Luca 17 Gesù dice ai suoi Apostoli: “Se aveste fede come un granellino di senapa…”: forse non ci avevo mai riflettuto abbastanza su questo granellino, ma è una cosa importante. Il granello è qualcosa di piccolo, addirittura qui si dice “granellino”, quindi qualcosa di piccolissimo…che serve per far muovere qualcosa di enorme, una montagna! In fondo Gesù non ci chiede di avere una fede grande, di sforzarci tanto, ci chiede una cosa piccola, sicuramente al di sotto delle nostre possibilità, una cosa per la quale non dobbiamo impegnarci poi tanto, che serve ottenere grandi risultati!

D’altra parte coloro che vengono rimproverati per la loro poca fede, a questo punto, potremo pensare, quasi nulla, visto che non raggiunge le dimensioni del granellino di senapa, sono sempre gli Apostoli, Pietro per primo, coloro che, al contrario, stando sempre con Gesù, avrebbero avuto tutte le carte in regola per avere una fede tanto più grande del, più volte citato, granellino.

In realtà nei due episodi considerati, quello della tempesta sedata e quello del ragazzo posseduto da uno spirito muto ci sono  importanti riferimenti che ci fanno capire quali sono i principali nemici della fede: la paura, il poco senso di responsabilità e la mancata preghiera.

Nel primo racconto i discepoli sono sulla barca e si scatena la tempesta (mare mosso e vento forte) essi, presi dal panico, non sanno fare altro che svegliare malamente Gesù che dormiva tranquillamente. La paura è nemica della fede. Quante volte, se ci troviamo in una situazione di difficoltà, di pericolo, di incertezza siamo assaliti dalla paura e non sappiamo fare altro che urlare (anche silenziosamente), ci agitiamo e non combiniamo nulla? Perché gli Apostoli si sono spaventati? Alcuni di loro non erano forse pescatori? Non erano abituati al mare grosso? Eppure non hanno saputo prendere in mano la situazione e si sono messi a urlare contro Gesù! Capita anche a Noi! La paura ci rende impotenti non ci permette, a volte, di agire in situazioni che potremmo affrontare, non imprecando, ma facendoci sostenere da una preghiera continua… E, come gli Apostoli, invece di assumerci le nostre responsabilità per governare la barca nella nostra vita cominciamo a gridare: “Gesù dove sei?, Perché mi abbandoni?” e via dicendo…Restiamo immobili nella nostra agitazione e non facciamo che aumentare i nostri guai perché la paura produce sempre incertezza e timore di nuove sventure che in questo modo attiriamo su di noi: come dice il libro di Giobbe: “Quando temo un male puntualmente questo mi piomba addosso”. Dunque, per permettere alla fede di crescere, dobbiamo scacciare in modo risoluto la paura e per non avere paura dobbiamo accrescere la nostra fede! Diremmo che è un “cane che si morde la coda”: è vero! Torniamo sempre all’affermazione iniziale: la fede è una scelta che io faccio aderendo alla parola di Dio che è piena di richiami alla fiducia (365 volte: “Non temere”, uno per ogni giorno dell’anno !) e alla consapevolezza che Gesù, se noi lo accogliamo, è presente in ogni passo della nostra vita ed è il Signore della nostra storia!

E davanti al ragazzo epilettico? Gli Apostoli non sono riusciti a guarirlo, perché? Probabilmente perché non hanno “perso tempo” con la preghiera, perché non erano in piena comunione con Gesù e dunque con il Padre. Gesù ha detto: “Questo tipo di demoni si scaccia solo con la preghiera” e Lui era in grado di liberare e guarire e di affrontare ogni istante della sua vita con determinazione perché passava nottate in preghiera. E’ dunque di questo che si deve nutrire la nostra fede, una volta che ci mettiamo in cammino: la preghiera continua, costante che non è, come diciamo spesso, un “dire preghiere” ma vivere in piena comunione con il Padre, pregando incessantemente, se è possibile, ovvero in ogni momento della giornata, sintonizzando il nostro cuore al cuore di Gesù, il nostro pensiero a quello di Cristo.

Dunque, per concludere, riassumendo, la fede si nutre di ascolto: del silenzio e della Parola e della predicazione, come dice S. Paolo, che deve essere come quella di Gesù: non semplice propaganda religiosa, ma annuncio di vita supportato dai segni che accompagnano l’evangelizzazione (miracoli, prodigi, guarigioni, liberazioni…) e si esplica con la LODE e l’AZIONE che ci mettono in gioco, sempre per il nostro bene e per la nostra crescita!

E allora mi sorge un’ultima domanda che lascio aperta affinché ognuno possa darsi, chiedendo l’illuminazione dello Spirito, delle risposte: perché gli Apostoli pur ascoltando, vedendo, sperimentando la Parola Vivente vivevano nella paura e non si assumevano le loro responsabilità? Perché non avevano fatto la loro scelta di fede anche se Gesù assicurava loro che avrebbe comportato solo un minimo sforzo?

Il segno di oggi chiaramente richiama il filo conduttore di questa riflessione: si tratta di piccoli semi, non sono di senapa ma sono Portulache, fiorellini dai colori vivaci e allegri. Possiamo piantarli nel nostro giardino o metterli in un vaso sul balcone ma prima guardiamo le dimensioni dei granelli e ricordiamoci che, per fare cose grandi, Gesù da noi richiede un minimo…al resto ci pensa Lui! Alleluia e Lode al Signore sempre!

Francesca

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